UNA CORSA PER DUE

Ci sono delle persone che amano lo sport, e poi ci sono persone speciali che non solo amano lo sport ma attraverso la loro passione possono anche insegnarci come amare gli altri. La storia di Massimo, guida per runner non vedenti, racconta proprio questo. La sua esperienza è nata quasi per caso, grazie ad un passaparola tra amici, alla curiosità, all’altruismo e all’incontro con persone fuori dal comune che hanno deciso di non arrendersi davanti agli ostacoli della vita.

Oggi Massimo può raccontare di aver accompagnato numerosi atleti dalle personalità diverse in condizioni e contesti differenti, sempre spinto da una grande passione e da un grande senso di responsabilità.

Correre come guida significa correre in due e per due, significa mettersi al servizio e guadagnarsi la fiducia del proprio compagno, condividere fatica e divertimento, successi e delusioni, lavoro e dedizione. Significa lavorare per due, studiare un percorso nei minimi dettagli per prevedere ostacoli e difficoltà, imparare ad anticipare i movimenti nel gesto atletico e nei cambi di ritmo. Significa soprattutto mettere la propria passione al servizio di chi ne ha bisogno.

Vorresti provare anche tu l’esperienza di affiancare un runner non vedente? Runner in Vista ti darà la possibilità di vivere la solidarietà in modo diretto: iscriviti come guida alla tappa più vicina a te e porta il tuo aiuto in pista.


RUNNER IN VISTA A ROMA: ANCHE SKYSPORT ERA CON NOI

 

Sabato 6 maggio è partito dalla Capitale il tour di RUNNER IN VISTA.

Abbiamo camminato, abbiamo corso, abbiamo soprattutto condiviso uno spirito di solidarietà e la voglia di fare qualcosa per chi è meno fortunato. Eravamo in tanti, di tutte le età, e abbiamo percorso 5 chilometri con il sorriso dell’altruismo.

Nessun record da cronometro, nessuna prestazione memorabile, eppure il nostro gesto ha colpito e ha fatto parlare di noi. Dopo i quotidiani e le news online anche SkySport ha dato ampio spazio all’avvio del nostro progetto a sostegno dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti per promuovere un mondo senza barriere.

Siamo solo all’inizio di un percorso che attraverserà l’Italia e che durerà per buona parte dell’estate. Cerca la tappa più vicina a te e vieni a provare in prima persona cosa significa essere uniti dallo sport.


“NIENTE È IMPOSSIBILE: NO LIMITI AI TUOI LIMITI”

Qualche settimana fa abbiamo avuto il piacere di incontrare Ivan Galiotto, presidente della sezione UICI Modena, che con il suo modo schietto e diretto di parlare ci ha raccontato di famiglia, pregiudizi e sport.

“L’ostacolo maggiore per le persone non vedenti spesso sono le stesse famiglie: i genitori sono troppo protettivi e non ci permettono di sbagliare. Ma è solo sbagliando che possiamo capire e fare esperienza”.
Ed è proprio attraverso la comprensione, la conoscenza, che si oltrepassa il pregiudizio: Ivan non parla solo del pregiudizio verso la cecità, ma dei pregiudizi quotidiani verso tutto ciò che è diverso da noi.
“Abbiamo paura di ciò che non conosciamo e non ci sforziamo abbastanza per conoscere il nuovo. Se conosci, accetti. Parlo di accettazione reciproca: è tua, che devi accettare la mia cecità, ma è anche mia, che devo arrivare innanzitutto ad accettare la mia condizione e poi ancora, devo accettare l’aiuto da parte degli altri. E l’aiuto per noi è fondamentale, è inutile negarlo. Io so fare molto in autonomia, ma non posso permettermi di rifiutare un aiuto da parte di un vedente, perché dopo di me potrà arrivare un ragazzo che avrà realmente necessità di essere accompagnato, oppure arriverà il giorno in cui sbaglierò fermata del treno e mi perderò e allora sì che avrò bisogno”.

“Noi siamo in grado di fare tutto ciò che fanno le persone vedenti, anzi, magari lo facciamo anche meglio ma in modo differente, perché innanzitutto dobbiamo dimostrare che possiamo farlo, e poi dobbiamo effettivamente farlo, con gli strumenti a nostra disposizione. Purtroppo le persone normodotate non si immaginano nemmeno ciò che noi siamo capaci di fare. In questo la tecnologia ci ha aiutato tantissimo, si è rivelata molto più democratica di molte istituzioni”.

Parlare con Ivan ci fa dimenticare della differenza, ma allo stesso tempo ci mette davanti alle paure che sono prima di tutto delle persone vedenti, incapaci, spesso, di affrontare il buio. Lui, come tanti, di cose “al buio” ne fa e ne continuerà a fare, sempre con entusiasmo e sicurezza: si è laureato, è Presidente dell’Associazione, pratica arti marziali, una disciplina che ama e che, dice, “è perfetta per chi ha problemi di ipovisione o di cecità: Bruce Lee non si allenava forse bendato?!”.
In più, fra pochi mesi andrà a vivere da solo, a differenza di molti suoi coetanei, anche vedenti.

“Niente è impossibile”, ci dice sorridendo, “niente dovrebbe fare paura a un non vedente. Dopo tutto, noi ogni giorno facciamo un salto nel buio. Siamo degli incoscienti, siamo coraggiosi, ce lo insegna la vita!”


ELISA E LA SUA “MAMMA IMBRANATA”

Elisa ha conosciuto la perdita graduale della vista in modo indiretto: la madre, infatti, è affetta da retinite pigmentosa, patologia che le è stata diagnosticata all’età di 33 anni, e con il tempo ha visto ridursi sempre più il proprio campo visivo.
Con molta disponibilità ed emozione, ci ha raccontato come è stato, per lei, figlia, vedere la mamma cambiare.

“Abbiamo scoperto la patologia della mamma per caso: una collega le parlò della retinite pigmentosa e delle difficoltà quotidiane, e mia madre riscontrò molte similitudini con il suo vissuto. Dopo una visita specialistica ricevette la notizia: il suo campo visivo si era ridotto e si sarebbe ristretto ulteriormente negli anni. Io avevo 10 anni e ricordo molto bene quei mesi difficili per mia madre. Però non mi rendevo conto della gravità della cosa, perché per me lei non era cieca: i ciechi erano quelli con il cane guida e con il bastone, mia madre lavorava, guidava, andava in bicicletta… faceva tutto!
Quando con il tempo mi sono resa conto delle difficoltà, spesso mi mettevo le mani sugli occhi facendo finta di avere un binocolo, per simulare il suo campo visivo e cercare di capire come vedesse. Ora finalmente mi spiegavo le sue cadute, i piccoli incidenti con la macchina, le “distrazioni” quotidiane come ad esempio non salutare le persone che incontravamo a passeggio. Avevo sempre pensato di avere una mamma molto imbranata, a volte invidiavo le amiche con le mamme perfette… e invece era solo colpa della sua malattia”.

Per i genitori di Elisa non è stato semplice: le malattie degenerative della retina rendono la persona sempre meno autonoma e l’accettazione del peggioramento continuo non è scontata. In più, non vi è sostegno da parte dello Stato e delle istituzioni, non sono previsti programmi di assistenza psicologica, o percorsi che aiutino in modo pratico ad essere autosufficienti: “Bisogna cercare da soli gruppi e associazioni che possano dare l’ausilio necessario, ma spesso si trovano solo nelle grandi città e non nei piccoli centri”. La grande forza, come sempre in questi casi, arriva dalla famiglia: “Mio padre – continua Elisa – è sempre stato vicino alla mamma, cercando di continuare a fare le cose che hanno sempre fatto: ha comprato un tandem e non passa un’estate in cui non vadano in vacanza in montagna scorrazzando su e giù e percorrendo anche sentieri impervi!”.

Elisa ci lascia con un messaggio di speranza e positività:
“Vorrei che i ciechi e gli ipovedenti si VEDESSERO per strada, sia accompagnati, ma anche da soli, perché questo significherebbe che è stata raggiunta l’autonomia e che sono diventati capaci di uscire dal guscio protetto della loro casa, che conoscono a menadito. Vorrei che ci fossero tante iniziative come la vostra, associazioni, conferenze, meeting e gruppi di supporto per non fare sentire più nessuno solo e abbandonato con il proprio problema. Vorrei anche che la ricerca andasse avanti come dovrebbe, anche se i numeri dei malati non sono alti come quelli di altre patologie…
Forse voglio la luna… ma da qualche parte si dovrà cominciare, no?”.


Kathrine Switzer, la prima donna che corse la maratona di Boston

Lunedì 17 aprile si è corsa la centoventunesima edizione della maratona di Boston, una delle maratone più antiche e famose del mondo.
Tra le persone che hanno gareggiato c’era anche una donna, Kathrine Switzer, 70 anni.
Lei, nel 1967, è stata la prima donna a correre questa maratona, quando ancora il regolamento vietava alle donne di partecipare. Il suo amore per lo sport e per la corsa la spinse ad iscriversi alla gara con un nome fittizio, superare uno degli organizzatori che cercò di interromperla strattonandola, e completare infine la maratona in 4 ore e 20 minuti.

In vista dell’inizio del nostro tour, quella di Kathrine ci è sembrata una bellissima storia di coraggio, passione, dedizione da raccontare, la storia di una donna che non si è fermata di fronte alle barriere sociali e culturali del suo tempo, ma che anzi è riuscita ad abbatterle.

Per questo abbiamo voluto condividerla con voi amici di Runner in Vista, perché il nostro obiettivo è proprio questo: eliminare le barriere, un passo alla volta.


ASIA, E QUELLA LUCE CHE NON SI SPEGNE MAI

Non è facile provare a raccontare il nostro primo incontro con Asia, bimba di 11 anni, talmente piena di quell’energia e quella vita che solo i bambini sanno avere. Lei ancor di più.
Asia è diventata ipovedente poco dopo la sua nascita, ma a sentirla raccontare tutto ciò che fa e che ha voglia di fare, viene da pensare che abbia una luce così forte dentro, impossibile da spegnere.
Judo, nuoto, teatro, scoutismo, tandem con il papà… questa è solo una parte delle attività che svolge, in piena autonomia e serenità, insieme ai tanti amici.
Grazie anche a due incredibili genitori che da sempre la sostengono, la amano, la accompagnano.
“Vederla svolgere tutti questi sport, lasciarla andare in uscita con gli scout, serve forse più a noi che a lei: Asia è assolutamente autonoma, fa tutto, anche troppo!”, ci dice la mamma.
“Le difficoltà le vediamo nelle piccole cose quotidiane: allacciarsi le scarpe, vestirsi, riconoscere le persone… anche studiare per noi diventa un’attività che richiede tempo, perché siamo in due a farlo: io le leggo ad alta voce le pagine e lei mi ascolta”.
Ma Asia, come tutte le persone ipovedenti e non vedenti, ha imparato a escogitare piccoli “trucchi”, come memorizzare le persone dalle scarpe che indossano, o sistemare, con l’aiuto della mamma, i vestiti nell’armadio sempre nella stessa posizione.
E guardandola e sentendola ridere, capisci che lei proprio non ha voglia di fermarsi, che le ombre non le fanno paura e che, spesso, dove non arrivano le istituzioni, arriva l’amore della famiglia.


Essere una guida: cosa significa?

Tra le esperienze che potrai provare con Runner in vista, c’è anche quella di sperimentare l’essere guida per uno sportivo non vedente o ipovedente.
Può sembrare molto semplice, ma non lo è affatto: i professionisti che svolgono questo servizio si allenano tutto l’anno insieme al loro compagno atleta disabile, arrivando ad avere una perfetta empatia e una totale sincronia nei gesti, in modo da sentirsi entrambi liberi di muoversi.

Correre insieme significa crescere insieme, cadere e rialzarsi, condividere un linguaggio che solo la coppia riesce a capire davvero. E significa anche tagliare il traguardo in contemporanea!

Con Runner in vista potrai provare questa emozione forte: nel kit gara che riceverai al momento dell’iscrizione troverai, tra le altre cose, anche un laccetto speciale.
Potrai utilizzarlo per legarti al polso di un atleta cieco, guidandolo lungo tutto il percorso, imparando insieme a lui e per lui a riconoscere tutto ciò che può diventare un ostacolo per chi non ha la vista.

Un sassolino, una buca, un altro runner che ci corre troppo vicino…
ti sei mai chiesto quante sono le cose che diamo per scontate semplicemente perché le abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni?
Ti aspettiamo per capire insieme cosa significa essere vicini ad un atleta non vedente, talmente vicini da diventare i suoi stessi occhi.


L’INCREDIBILE STORIA CHE HA ISPIRATO RUNNER IN VISTA

Ron Hackett e Tim Scapillato si conoscono un giorno, per caso, tramite un post su Facebook.
Una richiesta insolita: Ron era alla ricerca di una persona che potesse fargli da guida per partecipare ad una maratona.
Sì, perché Ron Hackett è un uomo rimasto cieco all’età di 11 anni in seguito ad un incidente stradale, ma questo non ha fermato il suo amore per lo sport ed in particolare per la corsa e per il triathlon, che lo ha portato a partecipare anche alla maratona nel Deserto del Sahara.
Tim, come Ron, è un maratoneta, vedente, in cerca della prossima sfida.

E così Tim risponde al post, si conoscono, iniziano ad allenarsi insieme spalla a spalla, fino a raggiungere l’intesa e la sincronia fondamentali per compiere una maratona.
Dalla prima corsa sono diventati grandi amici ed hanno realizzato insieme oltre 10 maratone. E chissà quante altre ne faranno.

Dopo aver letto questa storia che parla di sport, coraggio e amicizia ci siamo detti: facciamolo!

E così è nato Running in vista, un progetto che vuole fare incontrare non vedenti e vedenti, attraverso un’attività che riesce ad unire persone sconosciute: camminare insieme.

“That’s what this experience is all about, giving other athletes like Ron the opportunity to accomplish something extraordinary and help them feel included in society through the act of participating on an equal footing”.

Tim Scapillato